Oggi Mosca è così: cosa è rimasto del comunismo

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Più di vent’anni dopo la fine dell’Unione Sovietica, cos’è rimasto dell’impero? Mosca oggi è una megalopoli praticamente occidentale. Milioni di persone (otto milioni al giorno) affollano la metropolitana, 260 chilometri di rete, nelle ore di punta un convoglio ogni quarantacinque secondi, ogni stazione che ricorda le tappe del comunismo. La grande capacità dei russi di non distruggere la storia. Lenin (in un improbabile incontro con Stalin) è ormai attrazione dei turisti, a ricordare che una volta qui c’era il comunismo. Usciamo alla stazione di piazza Rossa. Ma in piazza Rossa ora proprio davanti al mausoleo di Lenin ci sono le modelle e gli storici magazzini Gum destinati una volta al popolo, dove anche piccole cose costavano molto. ora ospitano le griffe più importanti del mondo e sono quasi irraggiungibili anche per i ricchi.  Questo era il centro dell’impero. Accanto a piazza Rossa c’è piazza del Maneggio. Il selciato che ha ospitato per decenni tutti i fermenti, dove gli ultimi comunisti hanno cercato di difendere la rivoluzione, c’è il più grande centro commerciale della Russia, cinque piani sotto.  Tutti intorno i fast food, una volta simbolo odiato del capitalismo, e ora meta privilegiata, quasi assoluta dei giovani moscoviti.  Ma la svolta vera è nelle bevande. La vodka sta per essere superata dal vino ed è un salto clamoroso, soprattutto culturale, perché significa gusti più raffinati.  Dall’altra parte della piazza Rossa c’è  sempre il palazzo più temuto di tutta la Russia, la Lubianka, anzi si sta ingrandendo. La gente non abbassa più la testa passandoci vicino, ma i destini per gli oppositori non sono molto diversi. E anche adesso la luce è sempre accesa, tutto il giorno.

 

Ho vissuto la svolta, tra i due golpe (1991-93) che hanno segnato la fine del sogno sovietico. Noi occidentali ne abbiamo mangiato il cadavere. I primi taxi russi con le bandierine americane, la Coca Cola davanti al Cremlino, la fila al primo McDonald in piazza Puskin (c’era una fila così lunga che occupava tutta la piazza). Ho appena fatto in tempo insomma a conoscere quel Paese che c’era dietro la grande cortina. Certo, in parte finzione: i perimetro intorno alla Piazza Rossa come simbolo glorioso dell’impero e appena la strada dopo la miseria di un popolo che viveva di stenti, senza neppure l’acqua corrente.  I turisti hanno invaso i mercatini, ancora poveri, trovando autentici tesori (soprattutto le icone) a pochi dollari: i contadini hanno fatto a gara a portare sui banchetti tutto quello che avevano. Gli imprenditori, soprattutto americani, si sono invece letteralmente comprati il Paese fagocitando tutte le imprese grazie al momento di grande confusione cosicchè in poco tempo via Gorki, la strada che attraversa la Capitale, è diventata una gigantesca joint venture dove gli stranieri straguadagnavano e i locali si accontentavano di pochi spiccioli. Per non parlare poi della vecchia nomenklatura e agli ex agenti dell’ex Kgb che mettevano tutto all’asta. Almeno, per quanto mi riguarda, ho usato quest’ultima condizione solo per accedere agli archivi riservatissimi, addirittura negati, che riguardavano la seconda guerra mondiale, squarciando un velo sui nostri dispersi. Naturalmente il caos è durato poco e con l’avvento di Putin la Russia è completamente cambiata: addio alle passeggiate notturne in piazza Rossa, addio alle incursioni nella città spaziale, il centro Gagarin, dove ho mangiato cetrioli lessi con gli astronauti, evitando accuratamente la “smieta”, la panna acida.

In via Gagarin non c’è più la fila davanti al negozio di limoni. L’unica parvenza di fila l’ho trovata in Prospekta Mira, in una gelateria italiana, segno che adesso ci si può permettere anche lo sfizio.  Il segno di qualcosa che è cambiato almeno nello spirito dei russi lo ritrovi al mercato di Ismailov, definito il “bazar del post-comunismo”. Un serpentone enorme, e non solo di turisti, in via Petrovka, in pieno centro: una catena ininterrotta di braccia  alzate che brandiscono di tutto. Dai flaconi di profumo francese alle scatole di detersivo e poi videocassette, bottiglie di vodka, chitarre, indumenti, pezzi di ricambio, pentole. Di tutto. Il mercato è nato spontaneamente proprio dalla voglia di cambiare il destino. I russi  lo chiamano la “targovles ruk”, è  il commercio ambulante letteralmente “di mano in mano”, consacrato dal Cremlino per liberalizzare gli scambi commerciali. E una folla di gente qualsiasi che noi chiameremmo “vu cumpra’” ha lasciato il lavoro statale e si è inventata commerciante. Quasi tutti vengono da fuori, dalle repubbliche dove la fame ancora c’è la fame. Nel Paese che ormai svende tutto, è normale che nessuno faccia domande sulla provenienza della merce, nè ci sono regole o controlli da rispettare. Ognuno si mette qui, piazza sui banchetti o quando non ha il banchetto, sulle braccia, quello che ha e aspetta che qualcuno compri. I risultati sono eccellenti. Chiedo per curiosità a una donna quanto ha racimolato. Mi aggredisce: “Perché vuoi sapere quanto guadagno, ma chi sei? Fatti gli affari tuoi”. Da queste parti non sono mai piaciuti quelli che fanno domande.

Addio vecchia Russia. Per ritrovarla bisogna andare a mille chilometri da Mosca, dove nei villaggi si ritrova la stessa povertà, ma anche la stessa romantica illusione. Solo nella valle del Don il tempo si è fermato. Con un’unica straordinaria differenza: vent’anni fa per chiamare l’Italia bisognava prenotarsi tre giorni prima all’ufficio postale, adesso il Blackberry è perfettamente funzionante. Non so se è un bene.

In conclusione voglio chiarire un concetto importante: ovviamente non tutti i russi sono mafiosi. Come non lo sono gli italiani. Ma ci sono molti russi e molti italiani mafiosi. E di questi mi sono occupato.

Anche perché ho un rapporto molto stretto con questo smisurato, contraddittorio Paese che ho imparato ad amare e con quest’inchiesta forse cerco di difendere. Quel po’ di russo che conosco l’ho appreso da tre interpreti che ho avuto negli anni, molto diversi fra loro: Boris, Nicolaj e Oleg. Non abbiamo mai parlato di politica. Boris è stato il primo e anche il più importante, quello che mi ha fatto conoscere il Paese. Tre lauree, inglese e italiano conosciute e parlate perfettamente, adesso vive negli Stati Uniti e rappresenta un po’ la parabola del post comunismo. Era andato a Washington a fare il rappresentante di caschi per moto, poi l’ho perso di vista. Da quel che so è andato da solo, ha lasciato tutto alle spalle, famiglia compresa. Quando giravamo per Mosca aveva sempre una pistola nel borsello perché si sentiva (ed era) ricco: guadagnava in un giorno a quei tempi quello che un russo qualsiasi guadagnava in cinque mesi.  Beveva, come tutti. Ma l’ho visto ubriaco una sola volta, durante le bjelo noche a San Pietroburgo. Nicolaj, l’altro, invece era ubriaco sempre. Oleg l’ho conosciuto vent’anni dopo: un grande signore. Mi ha spiegato come non ubriacarsi: spezzando con il succo di pomodoro.

Anna Portannikova, una ballerina moscovita, ha ballato  nei giardini della piazza di Porta Lauski, vicino agli uffici del presidente. Con un tutù bianco, con le punte dei piedi nella neve, ha danzato sulle note del “Lago dei Cigni”. Si è presentata con la braccia ammanettate per protestare contro le leggi liberticide. Ha scritto la Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaya: “E’ l’immagine di una Russia bellissima, commovente, ma priva di libertà”.

Mosca, 2011  (dal libro “Mafjia” di Pino Scaccia)

 

Cento anni fa la rivoluzione russa

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Era il 7 novembre del 1917 (il 25 ottobre secondo il calendario giuliano) quando dall’incrociatore Aurora fu sparato il primo colpo di cannone (a salve) che diede simbolicamente il via alla Rivoluzione. Un evento per decenni idealizzato dalla propaganda sovietica. Niente di eroico come raccontò Eisenstein e niente di drammatico e sanguinoso, come aveva previsto Lenin nei suoi piani. 7 novembre 1917

Il paradiso degli hacker

sochiNon è un segreto che gli hacker più attivi della terra vengano dalla Russia e non c’è occasione più ghiotta delle Olimpiadi invernali di Sochi per rubare dati personali e conti bancari. Il reporter della rete televisiva statunitense Nbc Richard Engel ha raccontato di essere stato attaccato non appena arrivato in Russia. Per provarlo ha comprato due computer e un telefono, li ha riempiti di dati falsi e non appena si è connesso ha ricevuto email sospette. «In un attimo gli hacker stavano già ficcando il naso nel computer», racconta, e lo «stesso è successo con il telefono». La tv americana ha svelato che tutti i device dei turisti, degli atleti e delle loro famiglie saranno puntualmente violati «non appena li accenderanno al ritiro bagagli dell’aeroporto». «Non è una questione se li violeranno ma quando», aggiunge Engel, visto che si è esposti alle minacce «non appena si tenta di comunicare con qualsiasi mezzo».  Anche il Dipartimento di stato americano secondo Engel avrebbe «avvertito i turisti di non aspettarsi nessun rispetto per la privacy nemmeno nelle stanze di hotel». In fin dei conti, «una delle prime cose che faranno i visitatori non appena arrivati in Russia sarà connettersi», prosegue il giornalista, «E gli hacker ci contano». Sono frasi di stampo quasi terroristico ma non dimentichiamoci che parliamo di un Paese che è stato ribattezzato più volte il paradiso degli hacker, in cui la mafia è direttamente coinvolta nel cybercrimine e che ha dato i natali a virus famosi e diffusissimi come Bagel, MyDoom, NetSky e SMSSend (andr.smssend),il famigerato trojan che conta per il 98 per cento degli attacchi sui device mobili.  corriere.it

Scarcerate le Pussy Riot: solo propaganda?

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Per uno strano caso del destino, l’operazione di Putin per “ripulire” l’immagine da zar è capitata proprio il giorno della morte di Mikhail Kalashnikov, il padre del fucile mitragliatore che tanto lustro (e soldi) ha dato all’ex impero sovietico. Dopo la grazia nei giorni scorsi all’ex oligarca Khodorkovsky che aveva osato sfidare a suo tempo l’inquilino del Cremlino, oggi Putin ha regalato appena tre mesi di amnistia alle “blasfeme” Pussy Riot, scarcerando Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova, colpevoli di “teppismo motivato da odio religioso” per aver cantato contro il nuovo imperatore russo nella Cattedrale di Cristo Salvatore, suscitando l’ira dei vertici ortodossi. “Solo propaganda” hanno commentato appena libere le due artiste. “La Russia è un’enorme colonia penale” hanno incalzato le ragazze ribelli, promettendo di continuare la battaglia contro la svolta autoritaria. Certamente è un’operazione di facciata dopo le proteste internazionali contro le leggi omofobe di Mosca, soprattutto in vista del grande evento delle Olimpiadi invernali di Sochi, in programma a febbraio. E il paradosso è che proprio la famosa località sciistica, prima della “stretta” di Putin, era la capitale del fenomeno gay, una sorta di San Francisco dell’est. La reazione di numerosi leader mondiali al nuovo corso ha evidentemente convinto lo “zar” a fare un passo indietro per evitare defezioni clamorose.

Del resto, ci sono le cifre a confermare la svolta contro la libertà di opinione di quello che una volta era il capo del Kgb. La denuncia del sito russo della Fondazione Glasnost (“trasparenza”) è allucinante. Dal 1993 al 2009, cioè nel post comunismo, sono stati uccisi quasi 300 operatori dell’informazione: esattamente 294 fra giornalisti, fotografi e operatori televisivi. Un repulisti drammatico cominciato con Eltsin, proseguito con Medveded e ancora in atto con Putin, responsabile di almeno un terzo delle vittime, oltre che di altri 14 reporter spariti. Non solo: in questo periodo sono stati riaperti i manicomi criminali, destinati ai dissidenti, che nel 1970 Gorbaciov aveva chiuso,. Alcuni nomi sono noti e appartengono quasi tutti ai critici per i crimini commessi in Cecenia, come è noto del resto il muro di gomma nel processo contro i mandanti della vittima più illustre, Anna Politkovskaya. Una cronista coraggiosa che ha avuto soltanto un torto: credere in una nuova Russia.

I magazzini Gum

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DSC_1463Questi sono i “mitici” Magazzini Gum, quasi un simbolo della Russia che cambia. Li ho conosciuti nel 1991, nell’immediato post comunismo, e li ho rivisti di recente, completamente trasformati. Da magazzini del popolo a vetrina delle più grandi griffe del mondo. Una vera “rivoluzione”.

Festa in grande a Mosca, per i 120 anni del Gum, lo storico centro commerciale situato sulla Piazza Rossa. Voluto dagli zar, non disdegnato dai leader sovietici, con la sola eccezione di Stalin – che però non riuscì a demolirlo. Vera e propria enclave consumista in terra sovietica, dopo essere stato luogo d’acquisto prediletto della nobiltà russa (e non solo), oggi ha aperto la porta ai brand di lusso, ma senza dimenticare la sua tradizione. Il resto lo fanno la sua architettura liberty, costruita sulla falsariga delle grandi gallerie parigine di fine Ottocento, ma anche della Galleria Vittorio Emanuele di Milano, e l’ubicazione a pochi passi dal Cremlino. Le celebrazioni, già cominciate con grandi sfilate di nomi come Dior, si protrarranno per i prossimi mesi. Almeno fino a Natale, che non solo è il momento del picco dei consumi, ma coincide con il 60mo anniversario della riapertura del Gum (23 dicembre 1953), avvenuta in fretta e furia subito dopo la morte dell’unico grande detrattore del centro, il secondo capo dell’Unione Sovietica. Leggi la storia